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Fokus
1/2.2011


 Le recenti mostre personali al Centro de Arte Reina Sofia a Madrid e alla Tate Modern di Londra segnano una tappa importante nel percorso di Rosa Barba, un'artista che negli ultimi anni è stata protagonista di un'ascesa che in breve tempo l'ha portata ai vertici dell'arte contemporanea.


Rosa Barba - La storia è una scultura


von: Michele Robecchi

  
Rosa Barba · Western Round Table, 2007, veduta dell'esposizione a Kunsthalle Basel, 2008. Courtesy Carlier/Gebauer, Berlin e Gió Marconi, Milan


Il momento cruciale del Watergate, l'inchiesta giornalistico-giudiziaria che portò all'impeachment di Richard Nixon a inizio anni Settanta, fu il cosiddetto "smoking tape”, un nastro che riportava le conversazioni all'interno dello studio ovale, in cui c'era un buco di quasi 20 minuti. È ironico che in una delle indagini più documentate della storia, il punto di svolta sia un momento di silenzio, ma fu proprio quello spazio bianco, incastrato tra discussioni pericolose, a scatenare l'immaginazione collettiva, e a convincere anche i più scettici della colpevolezza del presidente. Il vuoto come spazio informativo è anche uno dei concetti portanti intorno a cui ruota il lavoro di Rosa Barba, ed era nell'ordine delle cose che proprio una possibile ricostruzione della conversazione mancante del Watergate diventasse il soggetto di uno dei suoi lavori (It's Gonna Happen, 2005), un'installazione in cui due amplificatori si sovrappongono dando al testo una forma sonora intangibile e cospiratoria. Su premesse simili si muove anche Western Round Table 2027 (2007), un'ipotetica ricostruzione di uno storico incontro tra diversi padri del modernismo (Marcel Duchamp, Frank Lloyd Wright, Arnold Schoenberg e altri) nel deserto di Mojave negli Stati Uniti a fine anni Cinquanta, di cui non esistono riscontri ufficiali. La ragione ultima di questo interesse per la storia non ufficializzata risiede nella convinzione di Barba che un'attenta analisi del presente è possibile solo attraverso una profonda conoscenza del passato. Si tratta di una scuola di pensiero di antica data, che trova tra i suoi principali adepti gli autori di fantascienza, e che l'artista mette in pratica attraverso un lessico visivo intenzionalmente improntato sul concetto di discrepanza temporale. Il ricorrente utilizzo di apparecchiature storicamente connotate come proiettori a 16mm è infatti un aspetto preponderante, e la prima sensazione che si registra visitando una mostra di Barba è quella di entrare in una dimensione asciutta se non addirittura nostalgica. Anche quando le immagini hanno una forma meno astratta, come ad esempio la veduta panoramica dell'ovale automobilistico abbandonato dell'arido paesaggio californiano di The Long Road (2010), i riferimenti ad un'arte del passato, come ad esempio le ricognizioni geologiche di Robert Smithson in testa, sono evidenti.
Indubbiamente l'idea del vuoto come spazio funzionale per la realizzazione di un'opera si manifesta apertamente nel lavoro di Barba. La presenza fisica e sonora dei proiettori conferisce alla sua visione cinematografica una marcata valenza tridimensionale, e questa ambiguità formale si riflette anche nella decisione di aggiungere in ogni mostra un'ulteriore componente al dialogo tra testo e immagine sottoforma di pubblicazione periodica, indicativamente chiamata Printed Cinema.
La scelta di appoggiarsi prevalentemente a supporti analogici o cartacei non deve però essere interpretata come una tattica deliberatamente passatista pensata per suggerire associazioni importanti. Per sua stessa ammissione, Barba si trova più a suo agio a sperimentare con il transitorio e l'indefinito in una situazione delineata da contorni strutturali ben precisi. Proprio Schoenberg, dopo aver esplorato con scale dodecafoniche i limiti della composizione musicale, lasciò laconicamente scritto su uno spartito "quanta buona musica si può ancora comporre in Do maggiore”. La contrapposizione tra il bianco dell'immagine e il nero del testo nel lavoro di Barba crea un insieme ritmico e intercambiabile, che anche nei momenti di maggiore austerità cattura la costante incertezza geografica e storica della realtà che analizza, lasciando aperte le porte dell'immaginazione.

Michele Robecchi vive a Londra, dove lavora come critico e curatore. Ha diretto la rivista Contemporary (2005-2007) e attualmente segue le pubblicazioni d'arte contemporanea per la Phaidon Press.




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Ausgabe 1/2  2011
Autor/in Michele Robecchi
Künstler/in Rosa Barba
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