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Fokus
7/8.2011


 Giunto al secondo appuntamento dopo il suo reinserimento nel 2009, il Padiglione Italia continua a perpetrare una politica basata sullo scontro frontale. Criticata se non ignorata, la mostra curata da Sgarbi ha se non altro il merito di essere riuscita a comporre un ritratto perfetto del paese che rappresenta.


Biennale Venezia - L'arte non è cosa nostra?


von: Michele Robecchi

  
L'Arte non è cosa nostra, 2011, Padiglione Italia. Photo: Werner Egli


In un certo senso è un peccato che il Padiglione Italia curato da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli nel 2009 e quello realizzato da Vittorio Sgarbi quest'anno non siano avvenuti a tematiche invertite. "Collaudi”, la mostra ispirata al Futurismo, era un esercizio passatista e conservatore anche nei momenti formalmente più avventurosi, che ben si sarebbe adattato al clima corrente di celebrazione per il 150esimo anniversario della nascita del paese. "L'arte non è cosa nostra”, la rassegna concepita in concomitanza con questa patriottica ricorrenza, avrebbe invece fatto la felicità di Marinetti e soci. È difficile infatti immaginare un atto di sfida e di ribellione a tutte le regole che governano la concezione e l'organizzazione di una mostra più radicale di questo. Curata da uno storico dell'arte da tempo orientato verso la carriera politica, costruita da un gruppo di eminenze grigie e personaggi dello spettacolo il cui unico tratto comune è una pubblicamente ostentata estraneità all'arte, sparsa per una moltitudine di sedi e quindi composta da un numero di artisti quasi due volte superiore a quello presente nella mostra centrale, "L'arte non è cosa nostra” ha avuto un cammino tortuoso, impiegando sin dall'inizio tutti gli ingredienti che bene o male corrispondono all'identikit per antonomasia della società italiana: politica, improvvisazione, retorica, toni chiassosi, un velo di sana follia, populismo, gusto per la polemica, senso di sopravvivenza, e occasionali guizzi di genio sommersi dal caos generale, senza contare il poco sottile riferimento alla realtà mafiosa. C'è quasi da stupirsi per l'assenza di qualcosa di culinario.
Nonostante tutto aggirarsi per il Padiglione Italia è un'esperienza a modo suo meritoria, un improvviso risveglio dopo un cammino noiosamente regolare per i lunghi corridoi dell'Arsenale. Allestito con un'intensità da far impallidire eventi notoriamente affollati come il Summer Show alla Royal Academy di Londra, aderisce ad una logica da mercato di piazza, dove vince chi urla più forte. Casse di legno collocate per terra indicano genericamente nome dell'artista e del suo nominatore, con sculture, installazioni e fotografie che si arrampicano per gli spazi andando a formare un gigantesco Merzbau collettivo. Con queste premesse è ovviamente la video arte - pratica tradizionalmente problematica in termini di presentazione - ad essere punita fino all'estremo, ammassata su una parete di monitor che oltre a garantire agli sventurati partecipanti non più di qualche secondo di visibilità, si distingue per l'impiego di dinamiche espositive non dissimili da quelle che caratterizzano la vetrina di un negozio di elettrodomestici. I video artisti possono comunque consolarsi. Nessuno sforzo di concentrazione, per quanto spettacolare, può infatti aiutare ad apprezzare individualmente l'operato dei loro colleghi pittori, scultori e fotografi, a meno che non si tratti di qualcosa in grande formato e iconograficamente provocatorio.
La ragione ultima di questa coralità, che non è neanche poi un concetto così nuovo - trova delle sorprendenti analogie (s)fortunatamente solo strutturali con "Utopia Station” curata da Molly Nesbitt, Hans Ulrich Obrist e Rirkrit Tiravanija nel 2003 - è evidentemente un modo per far emergere l'ego del suo organizzatore, Vittorio Sgarbi, un uomo la cui insaziabile mania di protagonismo cancella qualsiasi speranza di dialogo e credibilità. La macroscopicità del progetto, e la sua tendenza verso l'inclusione anziché la selezione, costituiscono una sfida donchisciottesca alla mostra principale, al sistema dell'arte in generale, e soprattutto ai nemici di una figura il cui profilo in questi ultimi anni ha conosciuto qualche momento di ridimensionamento. L'idea di affidarsi a nominatori esterni è conveniente sotto molti punti di vista, e anche se democraticamente ineccepibile, non garantisce di certo un risultato plausibile su cosa sia l'arte contemporanea oggi in Italia. Non è scritto da nessuna parte che una profonda conoscenza o autorità in un campo significhino automaticamente competenza in un altro. Sgarbi ha affermato a più riprese che istinto e gusto sono una componente essenziale per capire la contemporaneità e quindi parte legittima e integrante dell'esercizio stesso, ma sono parole strane per una persona che solo qualche anno fa aveva pubblicamente criticato Francesco Bonami durante un dibattito alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, accusandolo di lavorare secondo criteri d'interpretazione personali anziché scientifici. Ma anche mettendo da parte i discorsi teorici per concentrarsi sull'insieme delle opere in mostra, che qui non sembra ma dopotutto è quello che conta, è difficile immaginare quali siano i benefici per un artista invitato a "L'arte non è cosa nostra”, a parte il fatto di poter annoverare la Biennale di Venezia nel suo curriculum. La mostra di Sgarbi ha un'energia che sicuramente un'esposizione più convenzionale non avrebbe avuto, ma è decisamente troppo poco per un padiglione nazionale che sembra interessato a dialogare solo con se stesso, scordandosi invece che Venezia è soprattutto un momento di confronto e di presentazione con altre realtà. Forse il coinvolgimento degli 89 Istituti di Cultura Italiana all'estero serve proprio a questo, anche se si tratta di mostre remote sotto tutti i punti di vista e che non vedrà quasi nessuno, incluso il curatore stesso.
Il Museo della Mafia, trasportato direttamente dal comune di Salemi, è invece un argomento troppo complesso per essere analizzato in maniera debita. Si parla di una pagina importante della storia del paese, e anche se l'intenzione di museificare un argomento così controverso è per certi versi encomiabile, il rischio di storicizzare un problema che in realtà è ancora presente e fondamentalmente irrisolto è alto.
In sintesi, l'asso nella manica di "L'arte non è cosa nostra” è proprio il voler spingere agli estremi il dibattito su cosa sia effettivamente l'arte contemporanea, al punto da trasformarla in un involontario passeggero su una nave destinata inevitabilmente ad affondare. Questa infatti potrebbe essere l'unica forma associativa che giustifica l'uso della parola "titanico” nella presentazione ufficiale, uno specchio perfetto della mostra in quanto sensibilità e modestia, dove si discutono "la poliedrica personalità del curatore”, "l'eccezionalità del progetto”, "i criteri rivoluzionari”, "le scelte coraggiose”, e dove istituzioni e ministeri sono citati con un'inquietante frequenza che tradisce la malcelata convinzione di presentarsi al mondo nei panni dei veri protagonisti della vicenda.
In questo contesto, protestare frontalmente contro l'intera operazione è inutile se non miope. Il Padiglione Italia non è un territorio che va riconquistato, ma un meccanismo che va sintonizzato verso la realtà creativa e professionale che deve rappresentare, e la platea di artisti che ha orgogliosamente reclamizzato il proprio rifiuto a partecipare farebbe bene a prenderne nota. La politica salverà il Padiglione Italia solo il giorno che ne riconosce la posizione di responsabilità internazionale, passando a forme di sostegno più tecniche e meno roboanti.
Probabilmente per coincidenza, anche se sarebbe bello il contrario, il contrappunto ideale a questa situazione si trova in fondo all'Arsenale. Nella quiete di una struttura isolata e ridotta dall'altra parte del giardino si trova My Thing (2011) di Frances Stark, un video che ripropone nella parte centrale un frammento di 8 ½ di Federico Fellini. In esso si vede Marcello Mastroianni, nei panni di un regista in crisi creativa, fuggire da una folla oceanica di adulatori e cortigiani per uccidersi nel tentativo di inseguire i suoi sogni - una metafora che molti visitatori esterni del Padiglione Italia avranno trovato sicuramente pertinente.

Michele Robecchi vive a Londra, dove lavora come critico e curatore. Ha diretto la rivista Contemporary (2005-2007) e attualmente segue le pubblicazioni d'arte contemporanea per la Phaidon Press.



Bis: 27.11.2011



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Ausgabe 7/8  2011
Ausstellungen 54. Esposizione Internazionale d’Arte [04.06.11-27.11.11]
Institutionen La Biennale di Venezia [Venezia/Italien]
Autor/in Michele Robecchi
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