Links zum Text und die Möglichkeit, diese Seite weiterzusenden, finden Sie am Ende dieser Seite


Fokus
7/8.2012


 Nel mese di luglio la Neue Kunst Halle di San Gallo ospita la prima personale in territorio elvetico di Petrit Halilaj, artista balcanico che si è distinto negli ultimi anni per un lavoro intelligente imperniato sul concetto di identità culturale e storia personale e collettiva.


Petrit Halilaj - Gimme Shelter


von: Michele Robecchi

  
Petrit Halilaj, The places I'm looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don't know how to make them real, 2010. Installationsansicht 6. Berlin Biennale für zeitgenössische Kunst, Berlin. Photo: Uwe Walter


Un tratto predominante dell'arte balcanica è un interesse intrinseco per la storia e di come questa definisca il presente. Si tratta di un fenomeno comprensibile, soprattutto se si ricordano le vicende che hanno caratterizzato l'ultimo trentennio della penisola, ma se questa forma di rivendicazione culturale presenta un interesse inevitabile nella prima ondata di artisti emersi dopo anni di semi-isolamento culturale (come testimoniato da Manifesta 3 nel 1999), ha avuto d'altro canto l'effetto di diventare quasi formulaica nelle mani dei numerosi artisti della generazione successiva.
Il lavoro di Petrit Halilaj (*1986, Kosovo), pur attingendo da quella che si può definire in maniera apparentemente contradditoria una nuova tradizione, si discosta nettamente da questo discorso. Sentimenti come nostalgia e incertezza per un'identità in continuo mutamento sono affrontati in una maniera che anche nei momenti più drammatici lascia affiorare un delicato ottimismo. Un aspetto preponderante del lavoro di Halilaj è infatti un'attenzione particolare nei confronti della natura e del paesaggio, e di come questi si riconfigurano all'interno di un contesto culturale. ‹Cleopatra›, 2011, è un'installazione composta da 18 teche che l'artista ha recuperato dall'ex Museo di Storia Naturale di Prishtina, dove sono state conservate in condizioni di semi-abbandono dopo che la struttura è stata convertita in un museo etnografico. Gli stessi insetti, prevalentemente farfalle, sono riproposti in grandi dimensioni in una serie di proiezioni che ne enfatizzano il brutale trattamento a cui sono state sottoposte per preservarne la delicatezza. In un sovrapporsi di riferimenti, si assiste ad una messa in discussione l'idea primaria dell'istituzione museale come paradigma della conservazione, ma anche ad un'azione di riappropriazione di un patrimonio storico-naturale relegato in favore di una tematica considerata più urgente.
In modo analogo il concetto di decontestualizzazione come momento di rivalutazione è anche al centro di ‹Kösterrc›, 2011, dove 60 tonnellate di terra proveniente dalla città natale dell'artista sono state trasportate per mezzo di un tir fino ad Art Basel, riempendo maestosamente lo spazio della galleria, creando letteralmente un monumento alla terra natia. Anche se Land Art e Arte Povera sono da un punto di vista esclusivamente formale facilmente associabili ad Halilaj, il suo vocabolario è il frutto di una ricerca interiore, che lo porta ad attingere dalla dimensione più ordinaria della sua biografia e quella del suo paese per esprimere un irraggiungibile equilibrio interiore, come la mostra a San Gallo conferma con successo.
Michele Robecchi vive a Londra. Segue le pubblicazioni d'arte per la Phaidon Press.


Bis: 23.09.2012



Links

Anfang Zurück zum Anfang
Ausgabe 7/8  2012
Ausstellungen Petrit Halilaj [21.07.12-23.09.12]
Institutionen Kunst Halle Sankt Gallen [St. Gallen/Schweiz]
Autor/in Michele Robecchi
Künstler/in Petrit Halilaj
Weitersenden http://www.kunstbulletin.ch/router.cfm?a=120629111846A5E-5
Geben Sie diesen Link an, falls Sie diesen Eintrag weitersenden möchten.