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Fokus
9.2017


 La Kunst(Zeug)Haus di Rapperswil-Jona ospita ‹Schena da vedro, Kunst aus dem Tessin›, una mostra collettiva a cura di Peter Stohler che presenta sei artisti originari del Ticino, attuando un lavoro di decostruzione sullo stereotipo di arte locale e regionalmente caratterizzata.


Schena da vedro - Arte di confine


von: Regaida Comensoli

  
Nina Haab · Missive, 2017


Si conclude con ‹Schena da vedro›, dopo ‹Nordwestwind› (2014) e ‹Y'a pas le feu au lac› (2015), la serie di tre mostre svoltesi alla Kunst(Zeug)Haus e dedicate alle tre grandi regioni svizzere di confine. L'esposizione collettiva mostra fotografie, video, installazioni, disegni e oggetti di tre generazioni di artisti ticinesi. Gli artisti selezionati - Nina Haab, Aglaia Haritz, Gian Paolo Minelli, Aldo Mozzini, Flavio Paolucci e Valentina Pini - non appartengono solo a generazioni differenti, attualmente vivono anche in diversi luoghi del mondo e della Svizzera.
Il titolo dell'esposizione, ‹Schena da vedro›, è ispirato da un'omonima opera di Aldo Mozzini. L'espressione dialettale viene usata dispregiativamente per definire chi si ritiene pigro e poco avvezzo al lavoro, un pregiudizio che da sempre influenza l'atteggiamento nei confronti di artisti e di chi sta in paesi meridionali. La parola «Schena» richiama anche la parola «scena» come movimento caratterizzato da un'unità di intenti e principi, quasi a volerne sottolineare la fragilità. In questo senso l'esposizione non si presenta come una panoramica sull'arte della Svizzera italiana, o un insieme coeso di artisti provenienti dalla stessa regione, quanto come un discorso sullo sradicamento, condizione che in fondo nella contemporaneità caratterizza ognuno di noi. Emblematica è l'installazione video di Nina Haab ‹Album de famille›, un lavoro dove diversi membri della famiglia dell'artista commentano un diaporama di vecchie fotografie. In quest'opera lo spettatore può vedere le diapositive proiettate e sentire le voci che narrano una piccola epica familiare che si modifica e viene modificata dall'artista attraverso un sottile lavoro di montaggio. Sempre di Nina ­Haab è l'installazione ‹Missive›, dove frasi rubate dall'attualità vengono trascritte su vecchi mobili insieme a disegni che riproducono fotografie di fine Ottocento e primo Novecento, in un tentativo quasi spiritico di comunicare con il passato. Aldo Mozzini invece, che potrebbe sembrare, a torto, l'artista più geograficamente radicato grazie all'installazione ‹Grottino› e al lavoro sul dialetto ticinese, ci mostra in realtà i limiti di questi simboli. Le opere di Mozzini infatti sono solo apparentemente locali: attraverso un lavoro di decontestualizzazione e spostamento nello spazio museale, gli oggetti, i luoghi e le espressioni verbali considerati tipicamente regionali svelano la loro natura di stereotipo. Questa esposizione ci presenta dunque un territorio di frontiera inteso non tanto come luogo fisico quanto come uno spazio mentale, una predisposizione.
Regaida Comensoli, storica dell'arte e curatrice indipendente, regaida@hotmail.com


Bis: 29.10.2017



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Ausgabe 9  2017
Autor/in Regaida Comensoli
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